Qtti-441203 - SPIRITUALITÀ

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Voce narrante • SIMONA



Gentilissima Signora.
Mi permetto scriverle per quanto non abbia il piacere di conoscerla altro che attraverso le parole d’amore che il suo Caro Morto aveva per la sua Mamma.
E mi permetto mandarle il ricordo che ho scritto sul mio indimenticabile ed ottimo Dottore. Non lo faccio altro che con la Mamma. Agli altri, a nessun altro potrà interessare, ma alla Mamma certo interessa. E non è che riconoscente verità per il Sagace e Buono che per nove anni mi contese alla morte.
A Lui non posso che dire il mio “grazie” con le continue preghiere di suffragio che ho per la sua anima. Ma dirlo alla Madre, che ha saputo allevare un figlio così buono, è dirlo a Lui pure. Ed io le dico “grazie” per me, per tutti i sofferenti che Egli curò e che rimpiangono con acuta nostalgia il bravo e buon Dottore Lamberto Lapi.
Mi perdoni se mi permetto di entrare, non chiesta, nella sua dolente casa e deporre un bacio sul suo dolente cuore.
E mi voglia un poco di bene così come io gliene voglio, Mamma del mio Dottore.
A tutti i congiunti le mie sentite condoglianze ed a Lei
un riverente ed affettuoso saluto.
Maria Valtorta
Viareggio 5 marzo 1945
                                                                                                                                                                                                                   Via Antonio Fratti 113

3 dicembre 1944 • Io ricordo (In memoria del dott. Lapi)

Io ricordo… Quante cose, quanto tempo di te, della tua vita mortale ricordo!
Perdona se ti do del tu. Ormai non sei più, tu, il Dottore Lamberto Lapi ed io la paziente Maria Valtorta. Ora tu sei una povera anima sperduta. Sì, sperduta.
Da un anno sei oltre questa frazione di tempo che è concessa a carne mortale, sei oltre… nel tempo eterno e ancora non te ne sai rassegnare, non te ne puoi rassegnare perché qui hai una madre e hai un figlio. Un figlio hai… Un orfano… Una madre hai: una Desolata che non potrà mai darsi pace di aver perduto te, suo orgoglio, dopo aver già sanguinato negli anni della guerra vittoriosa, che sperammo avesse potere di allontanare altre guerre, altre morti, altri pianti di madri, altri singhiozzi di orfani che inutilmente tenderanno braccia e cuore e spiriti, chiamando: “Papà! Papà!”.
Non si deve maledire, vero? No. Non si deve. Ma se il labbro non proferisce la maledizione essa è nel cuore, e si agita e non muore, perché non si può udire un orfano chiamare: “Papà”, e pensare che non per volere di Dio, ma per prepotenza di governanti quell’orfano non ha più papà.
Or sei una povera anima sperduta… e pallida, triste, curvata, invecchiata, con la desolazione di esser sola nello sguardo, l’affanno di un pianto senza conforto nella voce, vieni a me per dirmi: “Si ricordi di me”.
Si. Io ricordo. Io ti ricordo da vivo, quale eri. E ti ricordo or quale sei, morto. E prego per te, morto, come ho pregato per te, vivo. Perché lo meritavi. Perché era giusto. Perché era cristiano.
Voi medici siete invocati, con un’ansia che è più anelante di un amore, quando di voi si ha bisogno. E poi? Nulla. Un’arida partita di computisteria salda e finisce il contatto.
No. Così non mi piace. Vi è qualcosa che supera il dare e l’avere fra voi che ci seguite dalla nascita alla morte e noi che tante volte proseguiamo a vivere per voi.
Vi è qualcosa di più intimo e alto. Perché voi non siete l’avvocato che ha in mano una causa, né l’architetto che ci eleva le case. Voi avete in mano la Vita. Questa cosa per tanti esageratamente preziosa, ma per tutti sacra come dono di Dio. Perché voi avete in mano i segreti più intimi del nostro io e di chi ci ha generato. L’io non è soltanto morale. È tutto: perché nell’io morale sono i riflessi dell’io fisico e dell’io spirituale, e viceversa.
Le malattie, oh! lo dovrebbero considerare tutti i medici, hanno sovente (parlo delle malattie più gravi e più lunghe, le vere malattie croci del medico e del malato) radice o spiegazione nell’io morale e nell’io spirituale.
Tu, trattando con me, a questa verità ci eri venuto. Perciò, per avere in mano la vita e il segreto degli esseri, siete più, ben più di un avvocato e di un architetto. Siete qualcosa fra questi e il Sacerdote. Ed io vorrei foste perciò formati alla Fede perché siete di fronte al mistero della Vita e della Morte: al mistero e al diritto di Dio.
E non termina il contatto con il saldo su una parcella. Perché Dio vi conduca e illumini, perché Dio vi tenga ritti e retti, perché siate veramente quello che da voi si vorrebbe: dei benemeriti, io penso si debba pregare.
Dovere del paziente, guarito o curato dal medico, verso il suo medico. Gratitudine, giustizia e azione che nobilita il mercato di dare e avere, di la cui forma è il sudicio denaro per cui tante sudicerie si fanno.
Prego per te, per la tua pace. È gratitudine che viene ancora a te, là dove sei, ed è fede, speranza e carità in Dio, per te. E ricordo.
Ti ho visto come medico, per la prima volta, il 17 agosto 1934.
Prima ti avevo visto una volta, ancora studente universitario, urlante, e con un magnifico strappo nei pantaloni di giovane fascista, in una dimostrazione contro lo sfregio fatto ai Leoni di Trau… [parola illeggibile]. Oh! ne valeva la pena, povera anima, che tu ti sgolassi ad urlare, il viso di fiamma emergente dall’azzurro fazzoletto dei “Dalmati”, i ricci scomposti! Povero illuso come tanti! Come troppi!
Ma come medico ti ho visto la prima volta nel pomeriggio del 17 agosto 1934.
Già prigioniera per il mio tremendo, multiplo male sin dal 18 dicembre 1932, ero ormai allettata dal primo aprile 1934, e dal 1° agosto ero fra morte e vita per asistolia assoluta, complicata con presclerosi alle coronarie e angio spasmo. Gli altri mali non erano stati ancora individuati.
Il 1° agosto un attacco di angina pectoris potente mi aveva atterrata. Così grave e così strano in una giovane quel male, che si vollero delle analisi del sangue. Le prove… che cercano coloro che non sanno diagnosticare senza prove.
Il mio primo medico, ora è morto e sia pace a lui pure, quando aveva capito che ero una condannata se l’era svignata. Mi aveva preso in cura da tre mesi il tuo amico di scuola e di… monellerie Dario Lucignani, amico della mia famiglia, e con lui sei venuto per prelevare il sangue.
Alto, sottile, bruno come un saraceno, timido, mi sei apparso inciampando nella porta, nelle sedie, nel letto. Ero la tua prima cliente perché gli altri medici ti facevano guerra e tu non riuscivi a farti strada.
Eri tanto modesto nel vestire che ti ho preso per un infermiere, ma, a me vissuta per tre anni in un ospedale e sempre presso malati, per vocazione, sinché non fui io la grande malata, mi sei subito piaciuto. Per il tratto serio, buono e gentile, per la delicatezza della mano, per l’onestà del tuo cuore che appariva dal tuo occhio. Eri un buon figliuolo e tale apparivi.
E avevi una somiglianza che mi ti faceva più caro ancora. Meno gli occhi, che erano più piccoli di quelli del mio morto e meno splendidi nel colore e nella forma, mi ricordavi Roberto. Povero Morto! Poveri Morti! Spento il primo con una palla in fronte sul Carso il 15 luglio 1915. Spento tu con una palla alla nuca il 26 ottobre 1943…
Sei venuto saltuariamente sino alla fine di settembre 1934. Poi, dovendo il mio medico, e comune amico nostro, prendere il suo posto nella clinica pediatrica di Milano, mi propose te come curante.
Egli ti conosceva ed apprezzava. Non era in lui la troppo comune invidia e gelosia che vi getta l’un contro l’altro come cani vogliosi di sbranarvi per carpire l’osso: i clienti.
Mi disse: “Lamberto è buono, intelligente, paziente. Lei avrà in lui un ottimo medico, un amico, un fratello”.
Disse la verità.
Hai cominciato a venire… Venire, nelle mie condizioni di allora, voleva dire contendere continuamente una vita alla morte. Voleva dire non avere ora e numero di visite. Mai meno di tre al dì, delle volte, sei, otto, e di notte come di giorno, e voleva dire rimanere ad assistere, per ore talvolta, perché la crisi tornava, tornava, tornava, ed io morivo…
E tu venivi, e tu stavi, e tu ricorrevi alle cose umane: le iniezioni, l’ossigeno, il ghiaccio, il caldo… e alle sopraumane: a Dio. Perché avevi intuito che la mia era una croce imposta da Dio per un fine superiore che è noto a me e a Lui, e che io benedico. Anche se è croce, anzi: soprattutto perché è croce.
Venivi.… e fra la bella corona di eruditi fiori medici, fra i pomposi e scarlatti nomi dei “colossi” tu, tu solo, giovane, senza nome roboante, una violetta fra questi sgargianti e… ahimé papaveracee corolle, hai scoperto la seconda malattia: quella spinale, causa della paresi e di quelle torture che solo io che le provo, tu che le hai viste, e Dio, a cui nulla è ignoto, possiamo dire cosa sono: atrocità di un supplizio non immaginabile.
Eppure in quel tempo sorgeva per te l’amore! Il tuo amore. Povero Morto!
Ti ricordo. Sei entrato e ti sei seduto a fianco del letto. Era sera. Una sera dei primi di dicembre 1934.
Già ci avevi raccontato il tuo sogno. Ti pareva di dirlo alla tua mamma santa e alla tua unica sorella, lontana, nella tua San Miniato.
Ora dicesti il tuo fidanzamento. E mia mamma ti parlò come una madre. Io ti augurai la gioia. Sinceramente. Perché la meritavi, perché era giusto l’avessi. Perché io godo a veder gli altri felici.
Ancora date. Il giugno 1935… la fulminea malattia e la morte di mio padre. E tu solo hai capito il mio strazio di crocifissa, alla quale muore, a pochi metri di distanza, il padre e non lo può vedere, lei che ha assistito centinaia di estranei!
E la tua parola d’onore: “la porterò io da papà”. Perché hai mentito, povera anima? Non te lo perdono altro che ora, per darti un sollievo… perché hai troppe cose che ti gravano sullo spirito, e di mio non voglio tu abbia nulla che sia peso. Ma solo sollievo, anima del mio dottore.
E il mio aggravamento… e i miei nuovi grandi dolori familiari… Tu li hai conosciuti e medicati con un’amicizia onesta e buona che non sarà dimenticata né qui, né oltre, da me.
Come eri buono! Qualche volta buona non ero io. Qualche volta ti rimproveravo perché non mi sollevavi un poco dagli ormai tre e poi quattro mali, perché era venuto avanti il tumore addominale e la peritonite. Qualche volta ti dicevo: “Poiché non sa fare altro, mi spari. Un colpo nella nuca. Chiedo per me la pietà che si ha per una bestia incurabile”.
Oh! allora ti inquietavi. Non dicevi nulla. Ma ti facevi scuro come un giudice, e andavi via senza una parola. Poi tornavi più buono e paziente ancora e se mi vedevi rasserenata, se non ti tenevo broncio, allora eri felice. Povero Morto! Il colpo nella nuca lo hai avuto tu.
Ecco: è questo che non posso sopportare: che tu, sano, forte, giovane, voglioso di vita, necessario al tuo bambino e alla società, sia morto, ed io, morta che respira, da dieci anni, dimenticata, inutile, desiderosa di morte, sia viva. La solita beffa della vita e della morte.
Diana di nozze: estate 1937... La tua attesa gioiosa… la tua speranza… i tuoi progetti… Tutto dicevi a queste Valtorta che ormai ti parevamo parenti!
Ed io, che già avevo pensato a farti degli utili doni per ripararti dal freddo, come mi fossi un fratello di tanto minore, ecco ora a farti abili domande per capire quali desideri poteva avere la tua promessa sposa. E compreso che ebbi, a lavorare, di nascosto da te, il lavoro di punto Venezia al quale affidai il voto: ogni punto un giorno felice… felice… Milioni di punti.… ma tu non hai avuto che pochi, pochi giorni felici: 2200 se conto bene, di vita di sposo...
“Dottore: dica alla signorina sua fidanzata che ho un lavoro per lei. Ma lo voglio consegnare personalmente, per poterla conoscere”.
Sì. Ho voluto così perché noi donne intuiamo molte cose. Noi malate più ancora. Volevo mi vedesse. Per persuadersi che io non ero una carne, ma un’anima.
E la tua venuta con lei… Come eri felice! Era l’antivigilia delle tue nozze… Come eravate belli l’uno presso l’altra! E il tuo ritorno dal viaggio di nozze… la gioia e l’amore ti facevano più bello e robusto…
E il primo Natale… E il primo regaletto alla sposina. Un centrino in pizzo di Milano e su questo un bambolino vestito di trina d’Irlanda a mano, con il vischio e un bigliettino: “Attendo mi chiamiate dal Cielo dove sono, per venire fra papà e mamma”.
Avevo capito che bruciavi dal desiderio d’esser padre, tanti bambini avresti voluto, per rivivere in essi… Eppure né la gioia né il desiderio offuscava in te il medico e l’amico.
E neppure il lungo male, inesorabilmente sempre più vasto. No. Paziente lottavi e aiutavi.
Un giorno… le prime violette mettevano nell’aria il loro alito di profumo, tu sei entrato come un sole… “Signorina, a settembre ho un bambino!”. Eri ebbro di letizia… E poi… e poi il settembre 1938. La tua gioia di padre…
Oh! silenzio! Silenzio che tu non soffra troppo, tu che mi appari sempre in pianto per il tuo bambino!...
Alla mia solitudine, e tu lo sai che solitudine totale fosse, tu avevi dato un’amicizia animale: la Toi[2]. Capivi che io morivo soprattutto per troppa fame di affetti non avuti.
Come eri buono! Buono per me, buono per i poveri. Il miglior elogio di un medico, il più sincero, chi lo fa? I colleghi sinceri, rari come rondini a Natale… un elogio che si basa sulla capacità scientifica. Ma da altre bocche viene il giudizio più alto e ampio: dai malati e specie dai malati poveri.
E noi te lo possiamo dare, noi malati che tu curasti, e i molti poveri che ti assediavano perché tu eri quello che non li respingevi, e non li spolpavi per scrivere magari un nome sul ricettario. Quanti ti attendevano alla mia porta, perché sapevano che tu venivi sempre a mattina, al tocco, a sera! Io posso dire anche per questo, quanto eri buono…
Avevo lasciato scritto che alla mia morte ti fosse fatto un pubblico ringraziamento in mio nome. E devo essere io, invece, che parlo di te, morto…
E alla tua bontà Dio concesse un angelo biondo, roseo, bello: tuo figlio. Oh! povero, povero Giorgio!… No, io non ti potrò vedere senza sentirmi toccare il cuore per la tua miseria di orfano. Giorgio, che eri amato dal tuo papà come il mio amava me. Oh! Giorgio, ora non misuri la sventura tua, ma quando saprai misurarla vedrai l’abisso incolmabile di essa.
Il tuo “papà che è soldato, e fa la guerra curando i feriti” lo desidererai nelle ore che vengono a tutti, di nostalgia d’amore per chi ci amò, e non troverai che un ricordo: un uomo alto, bello, vestito di grigio verde… tuo padre… Ma zitto, che questo povero padre non soffra troppo.
Parliamogli del suo splendido bimbo, nato nei giorni di Monaco: il 27 settembre 1938.
Sei venuto a sera. Stanco dell’attesa e della gioia. Ti sei buttato sul divano commosso. Hai detto di avere un figlio. Hai pianto di gioia fra il lungo pelo di Ciquito, il tuo primo canino.
Il battesimo. Il trionfo del tuo splendido infante. Il 16 ottobre: avevi quel giorno 32 anni. Sei entrato portando sulle braccia quella nube di veli che era la veste battesimale del tuo Giorgio, e lui ed essa me l’hai deposti sul letto: “Perché lei lo benedica e lo protegga” hai detto.
Oh! se avrei voluto proteggerlo, salvando te da ogni sventura… La guerra veniva avanti. Come un male mostruoso si formava e covava nel mondo e nel cuore dei maledetti che sono responsabili del nostro martirio, del martirio del mondo.
Io sapevo già che tu saresti andato in Corsica… e che saresti morto in guerra. Lo sapevo dalla primavera del 1938. Perché? Oh! i miei sogni! Tu ne avevi paura e mi dicevi: “Se sogna qualcosa di brutto per me non me lo dica”.
Non lo dissi. Ma sono vissuta nel terrore di questa convinzione: “Se Lapi va al fronte muore”. Sei morto.
Questa convinzione l’avevo sin dal tempo della guerra d’Etiopia. Mi hai sempre fatto paura. Vedevo in te troppa sete di vivere e di godere delle gioie della vita.
So che la Morte si diletta di divorare quelli che amano la Vita. Gelosia della Morte per la più amata? Crudeltà di questa seconda regina dell’Umanità? Non so. Constato che mentre [parola illeggibile] e divide coloro che non la temono e anzi la invocano, avvinghia coloro che la fuggono e seco li porta là dove non si torna.
Lo dicevo a mamma e a Marta: “Se Lapi va in guerra ci muore”. E ne ero derisa. Ma io ti vedevo segnato. Eri un predestinato. E del resto te lo sentivi tu pure e lo dicevi: “Me mi ammazzano come un coniglio. Non sono fatto per la guerra”.
Penso al libro di Zuccoli: “Le cose più grandi di lui”. La guerra era cosa più grande di te. E ti ha ucciso. E nella maniera più vile: in un’imboscata…
Quanto ho pregato… E quanto ti ho fatto capire di pregare e far pregare per te, per vedere di deviare la sorte che ti indicava vittima…
Ma tu… tu eri felice, ti sentivi sicuro. Non potevi pensare che la guerra ti prendesse. I tuoi fratelli morti, l’altro combattente, l’esser tu sofferente e medico, ti parevano tante protezioni.
La guerra ti ha preso… e ti ha distrutto. Tu, che quando non eri il medico, ossia l’uomo meditativo, curvo ad indagare i misteri dei corpi, eri il grande, semplice fanciullone voglioso di svaghi, di buoni pranzetti, di barzellette e compagnie, intanto che la tua sorte si formava, ti beavi nel tuo Giorgio, nella gioia della tua professione, che nonostante tutte le invidie dei colleghi si era affermata.
Ed eri felice quando potevi far felice la tua compagna… Come un vero bambino sapevi chiedere, col desiderio, ciò che a lei piaceva, per farle piacere. Come un bambino: “Mia moglie ha visto un lavoretto così e così. Le piacerebbe tanto… Cercherò di trovarlo per Natale”.
Voleva dire: “Se tu lo facessi…” Lo facevo e poi ti dicevo: “Ecco: con tanti auguri a lei e alla Signora”.
E tu partivi felice, col minuscolo pacchettino che voleva dire molti giorni di lavoro mio per far contento te della felicità di lei. Come te ne andavi felice da questa sposa tanto amata… la quale girasse tutto il mondo, mai più troverà un altro buono, amante, paziente come te.
Tutto ti facevi perdonare, tutto ti facevi dare con la tua grazia di chiedere. Anche mia mamma, la tua antagonista per molti motivi, e non era dalla parte di lei che era giustizia sempre, finiva a concederti tutto e a rifare sempre pace, perché tu la sapevi prendere.
Quanto ti ha desiderato nel morire! Quanto ha pianto nel vederti partire! Ti ha preceduto di soli 22 giorni. Ma lei aveva 82 anni e tu 37.
Quanto ho pregato perché Dio ti salvasse dal partire. Per il tuo bimbo, per la tua mamma.
I tuoi due più forti amori. È giusto che siano stati quelli. Lo sono sempre. L’amor di una sposa e per una sposa è un amore di carne più che di anima, un amore che cresce accosto al nostro. Quello di un figlio e di una madre e per un figlio e per una madre è un amore che è in noi. Da noi si genera e abbraccia e assorbe colui o colei a cui va, sino a farne una cosa inscindibile da noi.
La guerra ti ha preso. Piano, piano come una sabbia mobile ti ha inghiottito. In principio ci scherzavi. Ti sentivi al sicuro da essa. Poi ti parve un giuoco esser soldato. Eri bello nella divisa più che nelle vesti borghesi e te ne vantavi...
Poi ha cominciato a pesare su te. Non più l’Ospedale Oceano in Viareggio. Ma Lucca. Poi Pisa. Poi Livorno. Poi… poi lo strappo dall’Italia… La tua mamma… il tuo bimbo...
Hai voluto questo con te, sempre con te gli ultimi giorni. Oh! Veramente: ultimi! Sei andato dalla mamma… e sei tornato disfatto...
Come sempre sei venuto a dirci il tuo soffrire. Sempre venivi quando colleghi o altre persone ti davano pena. Ti sfogavi e poi dicevi: “Ora sto meglio”.
Quante cose so di te. Ma non temere, povera anima. I tuoi sfoghi di uomo buono, e sovente maltrattato perché troppo buono, sono chiusi nel mio cuore. A che pro dirli ora che nessun rimorso postumo potrebbe riparare al male fatto a te che non lo meritavi?
L’ultimo giorno… il 20 luglio. Hai voluto baciare mia madre: “Mi pare di baciare di nuovo la mia mamma” dicesti. E lei, la tua antagonista, che pur ti voleva bene, ti ha baciato piangendo.
Io non ho pianto. Non piango io. Mi si è schiantato il cuore per non aver mai pianto fra il grandinare di fulmini della mia sorte. Ti ho salutato con un sorriso e tu mi stringevi le mani e dicevi: “Preghi, preghi per me”.
Ero la tua prima paziente e ti avevo portato fortuna. Lo meritavi. Ero quella che per farti dispetto dicevo: “Proprio lei mi farà il certificato di morte” sapendo la tua fobia per certi certificati e per lo scrivere in genere.
E tu dicevi: “Non me lo dica! Io scappo quando è il momento. Non voglio vederla morire e, dopo, di qui non ci passo più”.
Ormai avevo anche la pleurite. Più certa la morte perciò… Non ci passi più, povera anima, né da via Fratti, né da nessuna via della Terra. Sei morto.
Sei ricomparso tre giorni dopo, quando già ti credevamo in Corsica. Eri stato silurato una prima volta. Eri disfatto. Hai detto: “Come è brutta la morte” e ti sei gettato sul divano, già vecchio, curvo, stanco, con Totri fra le gambe. “Sono venuto per due giorni, poi riparto. Non voglio vedere nessuno… fuorché i miei e lei.… Forse domani verrò…”. Ma non sei venuto.
Eri avido del tuo bambino… Ti ho visto passare con lui stretto al cuore… Che dolore vederti ed esser certa che erano le ultime ore che lo tenevi così, fra le braccia.
Ho detto: “Guardatelo. Perché non lo vedremo più”. Vedevo su te il segno che non sbaglia. Eri un predestinato. Per questo ti ho sempre perdonato e compatito nelle tue improvvise stanchezze, nelle tue subite smanie di godere e nelle tue inesplicabili misantropie che io ti denunciavo subito dicendo: “Oh! ecco il dottore in una crisi di depressione”. Ti ho sempre compatito e tutto perdonato perché ti sapevo un predestinato.
Avevi troppa sete di vivere. Quando quella bugiarda chiromante fece quella ancor più bugiarda profezia, eri felice perché ti aveva predetto che dopo la guerra avresti avuto gran fortuna in una grande città, mentre uno della tua famiglia sarebbe perito in un’impresa di mare clamorosa… Quel… della tua famiglia che è in Marina si è salvato e tu sei morto.
Pochi giorni avanti l’armistizio, che non fu che più feroce guerra, una tua lettera. Dovevi ben averla in cuore la tua prima paziente se, con la tua fobia epistolare le hai scritto: “Sto bene. Sono con buoni amici, con me sono buoni e mi vogliono bene. Spero venire presto” dicevi.
Dopo due mesi eri morto per mani dei còrsi.
A me era morta la mamma il 4 ottobre. Quanto ti ha chiamato dicendo che tu solo l’avresti fatta vivere ancora!… Quanto mi sei mancato in questo lutto!…
Anche la mamma mi è morta senza che io l’abbia potuta vedere. Ma non ho avuto neppur te, medico e amico, a darmi sollievo.
Medico di famiglia. Il classico medico di famiglia che è anche il confidente delle più delicate situazioni famigliari. E per esserlo secondo le linee dell’ottocento non ti mancava che la giubba lunga e il bastone dal pomo d’argento o d’avorio e il cappello duro in testa. La moralità, il rispetto, la dignità erano del più sano tempo antico.
Mai una famigliarità, mai una indelicatezza in te pur con la confidenza di nove anni di assidua assistenza.
E ora vieni. Pallido, di un pallore giallognolo, curvo, invecchiato, affannato, triste. Vieni. È la quinta volta. Nel dicembre 1943, nel febbraio 1944, nel giugno, nel settembre e or sono pochi giorni, solo pochi giorni prima di sapere della tua morte. E per il modo come ti vedevo e per le parole che dicevi ero certa della tua morte.
“Sono venuto… ma non resto… non posso restare…, devo tornar via… subito. Ma sono venuto da quelli che amo… la mia mamma… il mio bambino… hanno bisogno di me… ma non posso restare… Vengo anche da lei… preghi per me…, soffro tanto…”.
Sì, soffri tanto, povera anima. Il tuo soffrire: la tua mamma, il tuo bambino…
Oh! ora che sai cos’è la vita: un tozzetto di tempo, e cos’è la morte; ora che sai il valore eterno, soprannaturale, di queste due cose, meno rimpiangi la vita perduta. Non ti pare più quella cosa così affascinante che amavi tanto, e che volevi godere.
Ma la tua mamma! Ma il tuo bambino! Ti giungono i singhiozzi della desolata che chiama il suo Bertino… e forse singhiozzi, senza forse singhiozzi tu pure: “Oh! la mia mamma!”.
Ti giungono le domande innocenti del tuo Giorgio: “Ma papà non torna mai da soldato?”. E con uno spasimo di anima il tuo dolore di padre che non può più venire dalla sua creatura ti arderà più di un fuoco, ogni volta.
Ricordi, povero morto, il tuo pianto sulle pagine del mio libro dove si parla di un bambino orfano di guerra? Sì che le ricordi; la sorte di tuo figlio! Silenzio, silenzio. Non si aumenti il tuo soffrire.
Abbi pace. Sali! Possa il dolore santo di tua madre santa, l’innocente angoscia della tua creatura e le preghiere di chi ti è grato di tutto quanto hai fatto per lei, farti salire. E la luce di Dio ti assorba, povera anima del mio dottore. Ti assorba e ti faccia quieta.
Verrai allora, benedicente, protettrice essenza, a benedire Giorgio tuo, ad asciugare il pianto di tua madre e a dirmi: “Vieni. Anche per te è finita la croce. Il tuo dottore ti accompagna nel gran viaggio come ti accompagnò nel lungo soffrire”.
Maria Valtorta
3 dicembre 1944
S. Andrea di Compito
Morto a Zilia il 26 ott. 1943
Sepolto a Calenzana (Corsica)
[2] Toi era il nome della cagnetta di Maria Valtorta.

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